lunedì 8 agosto 2016

Lo sviluppo atipico dell'identità di genere. Conversazione con Damiana Massara



Nell'affrontare il tema dello sviluppo atipico dell'identità di genere nei minori è fondamentale comprendere quale sia la situazione italiana attuale.
Ne ho parlato con Damiana Massara, psicoterapeuta, Coordinatrice della Commissione minori dell'ONIG, l'Osservatorio Nazionale sull'Identità di Genere.

All'inizio della nostra conversazione telefonica la Dott. Massara ha commentato con generosità anche l'articolo che ho scritto per Medium Perché ti sei vestita da maschio e che rappresenta la prima parte di un approfondimento su un tema che può mettere alla prova pregiudizi e ignoranza.
La conversazione – che riporto di seguito nella sua interezza - estende e completa gli aspetti teorici e applicativi della disforia di genere nei bambini e negli adolescenti.

I corsivi sono miei.

In riferimento a Perché ti sei vestita da maschio il primo commento è sulla scelta di descrivere i casi di Vik e Gio, che non sono abbastanza rappresentativi della realtà clinica.
I due casi che lei racconta in apertura dell'articolo sono estremamente semplici mentre quello che noi ci troviamo di fronte normalmente sono situazioni molto complesse, molto sfaccettatte in cui non ci sono delle possibilità di intervento così lineari come dare il bloccante e si risolve tutto quanto.

Nella realtà la presa in carico di un bambino o di un ragazzo con sviluppo atipico dell'identità di genere pone tantissimi quesiti, tantissime domande: di solito ci sono delle storie molto complesse dal punto di vista familiare e relazionale. È molto difficile capire se si tratti dell'epifenomeno di difficoltà relazionali e familiari o se sia un fenomeno puro.

Il secondo commento è sui concetti di persistenza e desistenza che non sono affatto ben definiti nella ricerca e nella clinica.
Non è chiara la distinzione tra minori che desistono e minori che persistono nel vissuto della disforia di genere.
La differenza è molto difficilmente identificabile quando si tratta di bambini, anche se vagamente, a posteriori, si può dire che coloro che persistono avevano una disforia di genere più intensa.
Ma nel bambino non ci sono indici predittori ed è anche difficile definire, nel bambino, l'intensità della disforia di genere.

Anche i bambini con Disturbo dello sviluppo sessuale (DSD) possono essere inviati ai centri specializzati dell'ONIG?
[Si tratta ad esempio dei bambini con Sindrome di Klinefelter, Sindrome da insensibilità agli androgeni , ecc. che presentano delle varianti nella differenziazione sessuale e che possono manifestare disordini dell'identità di genere.]
Bisogna distinguere tra una vera e propria disforia di genere, sia nei bambini che negli adolescenti, dalla variazione di genere. Anche la variazione di genere ha bisogno di un sostegno, non tanto perché sia di per sé un problema, quanto piuttosto diventa da sostenere nel momento in cui viene stigmatizzata come sbagliata.
Nel momento in cui ci si trova di fronte a una situazione di sofferenza che ha a che fare con la varianza di genere, sia DSD che disforia di genere, l'invio [a un centro specializzato sull'identità di genere] ha senso ma proprio in questo contesto di sostegno all'espressione, all'indagine e all'osservazione, di sostegno all'aspettare di vedere quello che viene fuori.
L'importante per noi non è tanto intervenire, quanto piuttosto sostenere la possibilità di tutti quanti di aspettare e vedere come l'identità si sviluppa.

Nei casi di DSD sono i genitori ad essere più preoccupati.
I genitori hanno paura, si fanno delle fantasie.
Nei DSD i genitori e anche i bambini, in qualche modo, vengono confrontati con il sesso e l'identità sessuale fin da quando sono neonati. Nessun altro bambino si trova continuamente confrontato con questa tematica quando è ancora piccolo.
È una condizione difficile sia per i genitori, che sono portati spontaneamente ad avere fantasmi, sia per i bambini che sono schermi di fantasmi sessualizzati.

Ci sono dati italiani sulla non conformità di genere nei minori (incidenza, età media di accesso a un Centro, ecc.)?
Il coordinamento di tutti i centri italiani è abbastanza recente. Stiamo lavorando su questo, stiamo lavorando alla raccolta dati, che una volta disponibili saranno pubblicati.

Quali sono le modalità di accesso a un Centro sulle identità di genere atipiche?
Quando si tratta di bambini, sono i genitori che si angosciano si preoccupano e si rivolgono al pediatra, all'amico di famiglia, a qualcuno che li invia al centro che conosce.
Gli adolescenti dai 15 ai 17 anni arrivano in prima persona, esplorano loro le informazioni su internet e a quel punto si rivolgono al centro più vicino a casa.

Per i bambini, c'è una presa in carico della famiglia, a volte solo dei genitori, quando è evidente la maggiore sofferenza nei genitori che nel bambino; a volte viene fatta una valutazione nel bambino e si va avanti con osservazione e sostegno allo sviluppo dell'identità.

Per gli adolescenti, li accogliamo da soli ma non possiamo andare avanti nella presa in carico e nell'esplorazione della questione senza l'autorizzazione dei genitori.
Di solito i genitori arrivano. Sono più rari i casi in cui i ragazzi non osano, non riescono a parlare oppure i genitori si rifiutano nel momento in cui erano stati coinvolti.

Con gli adolescenti si percorrono strade varie, dipende dalle opzioni.
I bloccanti sono stati usati una sola volta in Italia, a Firenze: c'è stata l'autorizzazione su un caso specifico di un adolescente che correva serissimi rischi di suicidio.
In Italia non siamo ancora riusciti a trovare il modo di organizzare un'autorizzazione dei comitati etici, nonostante i progetti presentati da alcuni centri.
I bloccanti si somministrano al II-III stadio Tanner, dopo non si prendono più in considerazione, per lo meno in Italia, ma si prende in considerazione, dai 16 anni in poi, la somministrazione dell'ormone cross.
Per dare l'ormone cross non è necessario avere dato prima il bloccante.
L'ormone cross, e questa è la pratica corrente nei vari centri, viene somministrato a partire dai 16 anni, dopo un'osservazione di almeno sei mesi e l'autorizzazione dei genitori.
Poi ci sono diversi approcci psicoterapeutici - terapia sistemica, interventi di gruppo, interventi individuali - in base alle risorse disponibili in ciascun centro.

Negli adolescenti quali sono le conseguenze di una grave disforia di genere?
Gravissimo ritiro sociale, severi pensieri suicidari, tentativi di suicidio veri e propri, autolesionismo, abbandono scolastico, questo quando i ragazzi hanno capito di cosa si tratta.
Prima ancora una grande angoscia, una grande confusione, spesso per esempio ci sono casi di comportamenti anoressici, che sono tentativi di controllare il corpo, non consapevoli magari, ma messi in atto per mettere sotto scacco il corpo, che li sta facendo soffrire.

Ma anche quando c'è la consapevolezza, i tentativi autolesionisti, l'attacco al corpo è uno dei comportamenti più diffusi e poi l'isolamento, un po' per la difficoltà a dare parole a quello che stanno vivendo, un po' perché esprimersi con modalità varianti provoca la stigmatizzazione del gruppo, provoca l'isolamento non solo da parte dei pari, spesso anche da parte degli insegnanti e non ultimo a volte, anche da parte dei genitori.
È una condizione veramente pesante.

Qual è la situazione nelle scuole?
Se pensiamo già solo alla stigmatizzazione sull'omofobia, la transfobia è ancora più radicata, anche per ignoranza, anche per incapacità di capire.

Come associazione, quello che noi facciamo è cogliere tutte le occasioni per fare degli interventi nelle scuole, spesso partiamo dalla presenza di uno dei ragazzi che abbiamo in carico, per prendere contatti con la scuola, contrattare e sostenere con la scuola la possibilità dell'uso del bagno del genere desiderato oppure, se non viene tollerato questo, dell'uso del bagno dei professori oppure la gestione della ginnastica, che è sempre una questione molto difficile nello spogliatoio.

Queste sono le difficoltà pratiche dei ragazzi che resistono a scuola, perché queste difficoltà sono tra le cause dell'abbandono scolastico.
Combattiamo tutto quel che possiamo per tenere la frequenza scolastica, che è il filo che lega i ragazzi alla vita reale perché, sennò, la condanna è quella di vivere dentro una fantasia dentro casa loro, quindi è molto faticoso.

Per i bambini è molto meno drammatico da questo punto di vista, perché la varianza di genere nei bambini viene ancora abbastanza tollerata.
Fino alle elementari ci sono le prese in giro, ma non l'espulsione da scuola, alle medie cominciano le difficoltà.

Il gruppo di Firenze fino all'anno scorso ha fatto degli interventi nelle scuole fin dalle materne e elementari con finanziamenti del Comune. Da quest'anno il Comune non li ha più finanziati per gli effetti devastanti di questa 'teoria del gender'.
[propaganda aggressiva contro una teoria inesistente ma inventata a scopo ideologico per giustificare discriminazioni in base al genere e all'orientamento sessuale e fare danni alla conoscenza generale]

È una cosa cosi normale, così semplice, però parlarne crea questa fantasia della manipolazione dell'identità del bambino.

L'informazione dovrebbe iniziare fin dalla scuola dell'infanzia.

Per ora ogni iniziativa è gestita da ciascun Centro, non ci sono iniziative di carattere nazionale e cerchiamo di volta in volta i contatti con gli interlocutori istituzionali (MIUR, UNAR, Garante dell'Infanzia).


Insomma, è un lavoro molto complesso e delicato che, come spesso accade in Italia, è sulle spalle di pochi specialisti che svolgono la maggior parte del lavoro in regime di volontariato, con piccoli finanziamenti e borse di studio e che cercano di sfruttare le limitate risorse del Servizio Sanitario Nazionale per prendersi cura di bambini, ragazzi e famiglie e per sviluppare linee guida, collaborazioni internazionali, banche dati, progetti educativi, in un contesto culturale e politico che per di più è spesso ostile.